Ateismo
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«La paura ha creato gli dèi.»
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(Lucrezio, De rerum natura)
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«Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore.»
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(Stefano Benni, [1])
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«Grazie a Dio sono ateo.»
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Il termine ateismo (dal greco "atheos" composto da α- (alfa privativo)= "senza", e da θεός = "dio", cioè "privo di dio") nell'accezione più ampia definisce la posizione ontologica di chi non riscontra (o addirittura non ammette neppure teoricamente) l'esistenza di alcun oggetto dotato di proprietà superiori, trascendenti o soprannaturali. Il termine può indicare sia l'idea di chi afferma positivamente che l'esistenza di una divinità sia impossibile (eventualmente anche dimostrabile), posizione dell'"ateismo forte" e dell'"ateismo teorico", sia l'idea di chi considera l'ipotesi dell'esistenza di esseri divini in senso più ampio come non rilevante o non dotata di senso per l'essere umano. Si contrappone al teismo, espresso nelle due principali forme di monoteismo e di panteismo.
Si differenzia dall
' agnosticismo, categoria cui appartengono tutti coloro che sulla questione dell'esistenza o no di Dio "sospendono" il loro giudizio o si astengono dall'esprimerlo. Da notare che in passato con il termine ateo i fedeli di una certa religione semplicemente indicavano, spregiativamente, gli appartenenti a religioni o fedi diverse dalla propria. I fedeli della religione romana chiamavano infatti atei i cristiani, che a loro volta chiamavano pagani i romani.
Nel corso della storia la posizione atea è stata oggetto di ostilità da parte di istituzioni e culture teocratiche, e in diverse aree del mondo lo è tuttora. Ciò avviene anche in contesti di potere formalmente laico ma realmente teologico (specialmente nell'area islamica). In molte società ed epoche storiche gli atei sono stati considerati persone pericolose o immorali, e l'ateismo considerato potenzialmente eversivo. Una eccezione storica, in senso negativo, sono state le dittature che nel XX secolo hanno proclamato l"ateismo di stato", nelle quali i perseguitati erano invece i religiosi.
Nell'antica grecia filosofi come Diagora di Mileto e Protagora furono osteggiati. Platone nelle Leggi propose d'introdurre pene severissime (fino all'ergastolo) per gli atei.[2] L'editto di Tessalonica del 380 impose il cristianesimo come religione di stato. Per tutto il medioevo l'ateismo fu messo fuori legge e per gli atei era previsto solitamente il taglio della lingua.[3]
Non necessariamente il termine ateismo è sinonimo di areligiosità. Può infatti darsi il caso di atei dichiarati che credono in concetti come "forza universale" o simili, i quali, pur non avendo caratteri teistici, conservano comunque elementi di religiosità (posizione avvertita ma fortemente contestata da Michel Onfray, che la esclude dalla propria ateologia). Per esempio Bertrand Russell si è sempre proclamato ateo, ma era un matematico platonico, e dichiarava in Storia della filosofia occidentale (Longanesi, Milano 1983, pp.55-56): «La matematica è, credo, ciò su cui sostanzialmente poggia la fede in una verità esatta ed eterna, nonché in un mondo intelligibile al di sopra dei sensi.»
Alcuni considerano il buddhismo una religione atea in quanto si occupa di spiritualità ma non presuppone l'esistenza di una divinità. Il Buddha va infatti considerato un agnostico, poiché dichiara (Majjhima Nikàya, discorso 63°): “Quindi, Malunkyaputta, tieni presente quello che ho spiegato perché l’ho spiegato e quello che non ho spiegato perché non l’ho spiegato. Quali sono le cose che non ho spiegato? Se l’universo è eterno o no; se l’universo è finito o no; se l’anima è la stessa cosa del corpo o no”. Bisogna anche tenere presente che se egli non riconosceva gli dèi, e anzi aveva atteggiamenti sprezzanti nei loro confronti, nella realtà ha creato i presupposti perché i posteri considerassero proprio lui una divinità, come infatti è avvenuto.
Analogamente il termine ateismo non è necessariamente sinonimo di anticlericalismo, il quale si caratterizza piuttosto come movimento di opposizione all'ingerenza temporale del clero nella vita civile, e quindi può essere appannaggio anche di credenti che vogliano tenere separati i due ambiti. Inoltre vi è la posizione opposta a quella dei credenti anticlericali, la quale è invece da includere nell'ateismo, pur essendo molto particolare: è quella dei cosiddetti "atei cristianisti/teocon", i quali sostengono i valori cristiani, pur non credendo nell'esistenza del Dio cristiano.
Sebbene molti tra coloro che si dichiarano atei condividano un diffuso scetticismo di fondo verso il soprannaturale e lo spirituale, le convinzioni degli atei provengono da molteplici fonti culturali, filosofiche, sociali e storiche, cosa questa che fa sì che non esista né un pensiero unico né una linea comune di comportamento e di azione tra gli atei. Una distinzione molto significativa ed efficace è quella tra l"ateismo pratico" e l'"ateismo teorico", di cui si può trovare origine nella categorizzazione dell'empietà fatta da Platone nel dialogo Le Leggi (Libro X, 885 B - 909 E), dove l'ateo "pratico" (quello che vive come se la divinità non esistesse) è passibile di condanna al carcere, ma l'ateo "teorico" (quello che nega l'esistenza degli dèi e che li irride) deve essere messo a morte. Le sue parole sono addirittura: "...i colpevoli di tale empietà falsa e menzognera vanno messi a morte non una, ma più volte."
Ciò posto, per una categorizzazione indicativa e orientativa dei tipi di ateismo, è opportuno distinguere almeno tra "debole", "forte", "pratico" e "teorico" in relazione alla modalità comportamentale che ne deriva. Ciò è indispensabile per porsi in una corretta prospettiva storica, poiché per una valida storiografia bisogna definire a priori il significato degli aggettivi con cui viene accompagnato il sostantivo ateismo. la distinzione tra forte e debole ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si dà alla definizione di ateo in Occidente, dove si identifica il teismo col cristianesimo. In questo contesto risulta forte l'affermazione non esiste alcun dio, mentre è debole "non esiste il dio della Bibbia". Ma questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, in quello dei Neoplatonici, in quello di Giordano Bruno, in quello del Deismo del Sei-Settecento, in Shiva, in Vishnù, ecc.
Per quanto riguarda la distinzione tra "teorico" e "pratico" va ricordato che la prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nelle Leggi, avendo preso in considerazione l'empietà nei confronti degli dèi olimpici, aveva indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, e uno con motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con le dovute cautele, è quindi la distinzione teorico-pratico ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella forte-debole possa essere di qualche utilità discorsiva in senso generico. A conferma di ciò un teologo contemporaneo come Cornelio Fabro, autore di una Introduzione all'ateismo moderno (1964) conduce tutta la sua analisi proprio contro l'ateismo teorico, ciò quello che intende spiegare analiticamente, gnoseologicamente e ontologicamente l'inesistenza di Dio. Per determinare un ateismo che meriti l'aggettivo di "teorico" non basta la negazione dell'esistenza di Dio come "petizione di principio", ma occorre che motivazioni filosofiche la sostengano adeguatamente.
Dal 1987 si è costituita in Italia l'UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, [2]): essa è un’organizzazione filosofica non confessionale, democratica e apartitica che tutela i diritti civili degli atei e degli agnostici, a livello nazionale e locale. L'UAAR è impegnata in importanti battaglie civili tra come quella sulla possibilità di sbattezzarsi e la protesta per la devoluzione degli oneri di urbanizzazione dei comuni alle confessioni religiose.
Sommario |
[modifica] Argomentazioni per la non esistenza di divinità
| | Per approfondire, vedi la voce Esistenza di Dio. |
Gli argomenti filosofici avanzati per negare l'esistenza di Dio sono di vario tipo; il più semplice può essere sintetizzato nel fatto che non ci siano ragioni sufficienti per credere in qualcosa che trascenda la sfera della materialità, di cui siamo costituiti e nella quale siamo immersi. Il "Principio di immanenza" è quindi il fondamento di ogni ateismo e con ciò non si esclude solamente un'entità nominata "Dio", bensì ogni entità astratta (Logos, Intelligenza, Essere, Assoluto, ecc.) che alluda all'esistenza di un ambito di realtà fuori di quello sottoposto all'indagine della scienza.
Un argomento ateo più complesso e articolato in termini filosofici non si basa esclusivamente sulla negazione di dio, ma sul superamento della credenza nel divino. Esso porta a sostegno prove su dati e fatti della realtà su base scientifica, sia teorica che sperimentale, tali da escludere la possibilità di qualche azione di una ipotetica trascendenza sulla realtà dell'immanenza. Più specificamente, ipotizzare attributi divini come l'onniscenza, l'onnipotenza, la provvidenza, la bontà, ecc. vengono dimostrati incompatibili con la natura dell'essere e del divenire reale. In tal senso è stata determinante la teoria evoluzionistica di Darwin nell'800,per l'espulsione dall'immaginario collettivo della figura del Dio creatore,il Darwinismo,ritenuto la teoria scientificamente più valida,nonostante i timori della comunità scientifica per una resurrezione del creazionismo biblico,sta tuttavia conoscendo una fase di rinnovamento,recentemente concretizzatosi nella riunione dei 16 big di Altenberg[4],dove 16 fra i più grandi biologi e scienziati, si sono riuniti per riformulare l'evoluzionismo,oltre i paradigmi originali di Darwin,senza tuttavia negarli,in maniera tale da spiegare la mancanza degli anelli di congiunzione fra una specie e l'altra,punto debole della teoria,l'evoluzione in sostanza avrebbe un progresso quantico e non graduale,come voleva invece Darwin.
Più radicalmente critico invece, anche se certamente non teista, il grande cito-genetista Lima de Faria (ateo) che, con il suo evoluzione senza selezione, entra prepotentemente nel dibattito scientifico con una tesi evoluzionista, ma non Darwinista, dove ad avere un ruolo fondamentale,nell'evoluzione, nonché nella creazione stessa della vita è la stereochimica, disciplina che studia i rapporti spaziali fra le molecole ,tutto è ordinato(qualcuno aggiunge malignamente pre-ordinato), è la sua tesi, ciò che determina la creazione della vita biologica sarebbero le proprietà intrinseche della materia,e non la casualità o la selezione naturale,che invece vengono visti come un deus ex machina non necessario.[5]
Man mano che la scienza prosegue nelle sue ricerche gli atei vi vedono come sempre più evidente l'insostenibilità della trascendenza. Il fenomeno psichico che la esige e che la supporta appare loro come qualcosa di ancestrale e che ha a che fare con l'esistenza stessa dell'uomo. Già Sigmund Freud aveva messo molto bene in evidenza i meccanismi psichici che fanno nascere il senso del sacro nella nostra mente ed egli è ancora oggi lo studioso della psiche che meglio ha enucleato e analizzato il senso della religione come pura "illusione" della nostra mente per determinare un basso investimento, risparmiare energia e sentirsi appagati. Il concetto di "investimento" (Besetzung) appare negli "Scritti sull'isteria" del 1895, nel successivo "Progetto per una psicologia scientifica" e poi nel "L'interpretazione dei sogni" del 1899. L'uomo tende a farsi una falsa "rappresentazione" della realtà, ma utile per non andare incontro a nevrosi da iper investimento psichico e per cercare di risolvere uno stato di disagio.
Molto di recente (2004) un filosofo italiano poco conosciuto, Carlo Tamagnone, ha in un certo senso ripreso il criterio freudiano, che avrebbe "affettato" in senso verticale la mente, per proporne un'affettatura orizzontale [6]. Tamagnone avanza la tesi che la precarietà del vivere spinga l'uomo a inventarsi la trascendenza e Dio per conseguire certezze, con una inconscia ricerca dell'"omeostasi psichica". Dopo di che, una volta fissata la credenza, procede a giustificarla. Ciò è bene spiegato nel libro citato (nelle pagine da 38 a 39 e da 85 a 87) vedendo la mente come una struttura polifunzionale costituita da quattro funzioni differenti di cui la psiche è la più importante e quindi condizionante. La stessa tesi viene ripresa anche in "Ateismo filosofico nel mondo antico (2005) e in "La filosofia e la teologia filosofale" del 2007.
Il vero problema però non è né psicologico né filosofico ma fisico e biologico. L'esistenza di Dio come creatore e ordinatore del mondo non appare sostenibile perché sono l'indeterminismo della meccanica quantistica e i meccanismi dell'evoluzione biologica a renderla non credibile e a escluderla. Se esiste la casualità, come sia l'una che l'altra in pratica dimostrano, un Dio che avrebbe progettato e predefinito l'universo e quello che vi succederà diventa insostenibile nel momento in cui si costata che nel mondo non vi è nulla di assoluto e definito. Infatti, se Dio ci fosse, tutto dovrebbe succedere secondo la sua volontà e niente dipendere dal caso, mentre la casualità c'è ed è evidente, e si rivela operante sulle cose e sugli eventi. La scienza basata sul determinismo assoluto ha visto nel '900 man mano ridursi la sua credibilità, e oggi gli scienziati non condizionati dalla fede accettano l'indeterminismo come determinante per lo stato dell'universo e in particolare per l'evoluzione del mondo vivente sulla terra.
Recentemente il filosofo della scienza Telmo Pievani è tornato sul problema del Crezionismo con un saggio dal significativo titolo di "Creazione senza Dio" (editore Einaudi, 2006). L'esistenza del Dio cristiano presuppone infatti la Creazione nei termini posti dalla Bibbia aggiornati "al Disegno Intelligente", scientificamente inconsistente. Per quanto il darwinismo sia stato ormai accettato dagli scienziati qualcuno ancora lo combatte usando le armi spuntate del Neocreazionismo. Con garbo Pievani si limita a spiegare (p. 134) che un conto è la scienza e un conto è la credenza: <È evidente che denunciare l'inconsistenza scientifica del Neocreazionismo non implica alcun tipo di interferenza nella sfera delle credenze religiose di chiunque, che restano del tutto libere e incondizionate. Il punto sta nel decidere come comportarsi quando una credenza religiosa vuole travestirsi da scienza e quindi manipolare o censurare, per esempio, i programmi delle scuole pubbliche.>
[modifica] Ateismo forte
| | Per approfondire, vedi la voce ateismo forte. |
La posizione chiamata ateismo forte (o ateismo esplicito) è quella secondo cui non esiste alcun dio. Ad essa si oppone l'ateismo debole, che è la mancanza o assenza di fede in un certo dio, senza la pretesa che questo non esista. L'ateismo forte asserisce positivamente, quanto meno, che non esiste alcun dio o divinità, e può spingersi fino a sostenere che l'esistenza di alcune o di tutte le divinità è impossibile dal punto di vista logico. Ad esempio, gli atei forti sostengono comunemente che la combinazione di attributi che possono essere ascritti a Dio (quello di Abramo), quali ad esempio: onnipotenza, onniscienza, onnipresenza, trascendenza, omnibenevolenza, è logicamente contraddittoria, incomprensibile, o assurda; quindi si afferma che l'esistenza di Dio è impossibile a priori. Similarmente, l'ateismo esplicito può sostenere che qualsiasi asserzione circa l'esistenza sovranaturale è irrazionale e falsa a priori.
L'esempio storico di ateismo forte più significativo e importante è certamente rappresentato da Karl Marx, colui che più di ogni altro ha gettato le basi sociologiche del rifiuto della religione come una delle cause fondamentalio delle aberrazioni sociali generate da tale "oppio dei popoli". Dopo di lui moltissimi pensatori e sociologi hanno ripreso le sue tesi sviluppandole in modo interessante, ma senza riuscire ad aggiungere molto a quanto già Marx aveva enunciato.
[modifica] Ateismo debole
La posizione dell'ateismo debole è così riassumibile: non ci sono motivi per credere in un qualsiasi dio, o di qualsiasi fatto o entità, per ragioni diverse dalla prova della loro esistenza. Gli atei deboli sostengono che il semplice indicare che non ci sono argomentazioni a favore dell'esistenza che siano accettabili da un punto di vista scientifico è sufficiente a mostrare che l'esistenza di quel dio non è necessaria alla descrizione del mondo. Dio in tal senso è inutile applicando il rasoio di Occam; e l'onere della prova tocca al sostenitore dell'alternativa più complicata. Tale posizione è alla base dell'aneddoto, probabilmente apocrifo, che ha come protagonisti Laplace e Napoleone. Quando Laplace presentò la prima edizione del suo lavoro a Napoleone, questi osservò: "Signor Laplace, mi dicono che avete scritto questo grande libro sul sistema dell'Universo e non avete mai menzionato il suo Creatore". A queste parole Laplace avrebbe replicato seccamente:
«Sire non ho avuto bisogno di quell'ipotesi.[7]»
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Secondo questo ragionamento una persona che sia in grado di confutare qualsiasi argomento che incontra a favore dell'esistenza di quel dio è giustificato nell'adottare una visione atea; secondo la visione scettica l'ateismo è quindi la visione di base. Questa obiezione, come detto, viene spesso espressa in termini che la collegano all'onere della prova: secondo gli scettici, cioè, tocca ai sostenitori dell'esistenza di un qualsiasi fatto o entità (nella fattispecie un dio) stabilire i fatti. Le dimostrazioni filosofiche dell'esistenza di Dio, molto diffuse nel Medioevo, sono state poi contestate dai filosofi illuministi. Dopo la rivoluzione scientifica, i pochi tentativi di portare prove scientifiche a favore dell'ipotesi dell'esistenza di Dio, tra i quali va citato quello di Kurt Gödel[8], non hanno ottenuto un consenso significativo nella comunità scientifica.
[modifica] Ateismo pratico
Per ateismo pratico si deve intendere l'atteggiamento di ragionare ma soprattutto di comportarsi "come se" Dio non esistesse, pur non ponendo alla base del comportamento la convinzione su basi teoriche della sua inesistenza. L'ateo pratico è quindi piuttosto identificabile con l'"incredulo", colui che non crede ma neppure nega. Lo storico Georges Minois ha fatto della categoria della incredulità il sottofondo di tutta la sua ricerca nel saggio Storia dell'ateismo, apparso in Francia nel 1988 e in Italia nel 2000 (Editori Riuniti). In tal senso lo studio di Minois è un testo di riferimento molto utile per comprendere gli sviluppi storici e le modalità di porsi della forma pratica dell'ateismo in Europa tra il XVI e il XVIII secolo.
A questo proposito va precisato anche che la letteratura libertina, apparsa tra il Seicento e il Settecento, non è affatto atea, ma semmai anti-cristiana e spesso soltanto anti-clericale. Perlopiù di ispirazione deista (si veda deismo) è solo nelle forme più estreme e irridenti della fede che essa assume aspetti di ateismo pratico, mentre risultano del tutto assenti elementi di ateismo teorico.
Esempi di ateismo pratico nel passato sono propri del pensiero libertino e della miscredenza in generale. Il Marchese de Sade è l'esempio più famoso di ateismo pratico e anchr quello di Nietzsche può essere considerato pratico più che teorico, per il fatto che egli combatte la religione e l'idea di Dio, ma non propone una filosofia atea con rigorose basi teoriche. Anche Bertrand Russell può essere considerato un ateo pratico e non teorico, poiché definire l'illusione religiosa e la falsità delle sue premesse in nome di una logica razionalistica non può essere ritenuta una sufficiente motivazione teorica.
[modifica] Ateismo teorico
L'ateismo teorico è quello che riguarda i comportamenti soltanto in maniera secondaria, caratterizzandosi primariamente per l'assunzione di elementi prettamente teorici di carattere filosofico. In termini molto semplificati, due elementi concettuali emergono in esso:
- l'impossibilità dell'esistenza del divino;
- la proposizione di elementi teorici a sostegno di una concezione della realtà dell'universo che permette di formulare una filosofia capace di porre in una nuova prospettiva sia l'esistenza dell'universo e la sua natura, sia l'esistenza dell'uomo rispetto ad esso. Nella prospettiva dell'ateismo teorico non solo l'idea del divino o del trascendente in generale diventano surrettizie, ma filosoficamente insostenibili. .
L'ateismo teorico in se stesso quindi trascura gli elementi polemici contro la religione, in quanto inessenziali alla formulazione di una teoria filosofica rigorosamente atea, puntando semmai le sue attenzioni contro la metafisica e sue costruziuoni logiche e dialettiche infondate o insussistenti.
Nella storia della filosofia un vero ateismo teorico è più raro di quanto comunenemente si pensi, anche a causa della frequente confusione che si fa con quello forte. Il primo ateo teorico può essere considerato Leucippo per il fatto di aver escluso qualsiasi causa trascendente nella cosmogonia, fondandola esclusivamente sul vuoto e sugli atomi come elementi primi dell'essere. Dopo di lui, nell'antichità, anche Democrito, Epicuro e Lucrezio sono dei teorici dell'ateismo filosofico. Devono passare diciotto secoli prima che Jean Meslier riproponga l'ateismo teorico, trovando poi in La Mettrie, d'Holbach e Diderot i suoi maggiori esponenti.
L'Ottocento ha in Feuerbach un teorico che riesce ad individuare la causa psichica generatrice dell'idea di Dio e di ogni religione e dopo di lui certamente Freud nell'aver colto la base psichica della credenza in Dio. In epoca contemporanea Carlo Tamagnone e Michel Onfray possono essere considerati casi interessanti di ateismo teorico.
[modifica] Storia
Per una giusta prospettiva storica dell'ateismo bisogna definire il significato degli aggettivi con cui viene accompagnato il sostantivo ateismo. La distinzione tra forte e debole ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si dà alla definizione di ateo in Occidente, dove si identifica il teismo col cristianesimo. In questo contesto risulta "forte" l'affermazione non esiste alcun dio, mentre può essere considerata "debole" quella secondo cui non esiste il dio come viene posto nella Bibbia. Ma questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, in quello dei Neoplatonici, in quello di Giordano Bruno, in quello del Deismo, in Shiva, in Vishnù, nell'Ātman, nel Tao, ecc.
La prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nel dialogo Le Leggi, prendendo in considerazione l'empietà in quei tempi nei confronti degli dèi olimpici, aveva piuttosto indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, distinguendolo nettamente da quello che aveva motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con tutte le approssimazioni che le categorizzazioni storiografiche possono avere, è quindi la distinzione teorico-pratico ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella forte-debole possa avere utilità discorsiva in senso generico.
A conferma di quanto sopra viene proprio l'atteggiamento della Chiesa Cattolica. Un teologo contemporaneo tra i più prestigiosi come Cornelio Fabro, autore di una Introduzione all'ateismo moderno (1964), conduce tutta la sua analisi proprio contro l'ateismo teorico, ciò quello che intende spiegare analiticamente, gnoseologicamente e ontologicamente l'inesistenza di Dio. Questo è infatti il vero pericolo per la religione, perché mina le fondamenta della credenza nel divino in quanto categoria ontologica.
[modifica] Antichità
I primi pensatori a negare l'esistenza degli dei (ateismo forte), furono alcuni sofisti greci, come Diagora di Mileto, Crizia, Protagora, mentre si può parlare di ateismo teorico per gli Atomisti Leucippo e Democrito, perché il teorizzare l'esistenza di atomi, che muovendo nel vuoto "creano" la realtà fisica, esclude non solo ogni "creazione" (questa la teologia greca non l'ha mai prevista), ma neppure una formazione del cosmo a partire dal caos primitivo ad opera di una qualsiasi causa divina. Il cosmo è infatti creato e ordinato dal movimento intrinseco agli atomi stessi in quanto mobili, quali particelle elementari e cause di tutta la realtà cosmica.
Per quanto Epicuro non negasse esplicitamente l'esistenza degli dèi li relegava negli intermondi come simboli della beatitudine e dell'indifferenza e non come realtà ontologiche. Dal punto di vista teorico è fondamentale l'introduzione della parenklisis, la casuale deviazione del percorso in caduta degli atomi nel loro precitare nel vuoto in base al loro peso.
Lucrezio che a lui fa riferimento (e traduce parenklisis con clinamen) però va oltre, perché stigmatizza la credenza negli dèi come il peggiore dei mali. Ma ancora prima di Epicuro, i Cirenaici, senza neanche prendere in considerazione l'esistenza degli dèi (e quindi non negandola ma considerandola priva di senso), avevano indicato nella ricerca del piacere l'unica forma di vita saggia, in netto contrasto con la teologia della virtù che il loro contemporaneo Platone sosteneva.
Un ruolo storico rilevante nella negazione dell'esistenza del divino ce l'ha Evemero, uno scrittore d'incerta nascita (Messina, Messene o Messana) che tra la fine del IV secolo.a.C e l'inizio del III in un suo Scritto sacro (Cicerone, De natura deorum, I, 119) tradotta in latino da Ennio, avanzava la tesi che gli dèi non fossero altro che eroi o uomini illustri del lontano passato, che il mito e la devozione popolare avevano finito per far considerare dèi. La tesi per un verso è il primo esempio di dissacrazione del concetto di dio, ma nello stesso tempo è stato sfruttato dai teologi cristiani quale dimostrazione che gli dèi pagani erano falsi, contrapponendovi il vero dio della Bibbia.
[modifica] Dal Quattrocento al Seicento
Non sono documentati casi significativi di ateismo in età medievale, mentre questa visione del mondo pare ricomparire in sottofondo, ma in forma molto attenuata ed ambigua, più naturalistica che atea, in alcuni filosofi rinascimentali come Pietro Pomponazzi (1462-1525) e Giulio Cesare Vanini. Spesso ostracizzati e perseguitati e in alcuni casi (come Vanini) condannati a morte. Tuttavia, se si guarda bene a fondo, in nessuno di questi personaggi si scorge un vero ateismo, ma semmai un preludio del panteismo di Spinoza e del deismo di Toland.
Giulio Cesare Vanini (1585-1619) è colui che in maniera più esplicita enuncia una teoria panteistica basata sulla divinità intrinseca della natura e sull'appartenenza dell'uomo ad essa come sua parte. Egli riprende il pensiero di Pomponazzi e Cardano per formulare una religione della natura in sé autosufficiente, senza che ci sia perciò bisogno di nessuna rivelazione né di nessuna sacra scrittura ad avvalorarla. Posizione ovviamente intollerabile per la chiesa, che lo manda al rogo nel 1619.
Anche la letteratura libertina, che percorre tutto il Seicento, per quanto devastante per la religione costituita, mostra segni di ateismo estremamente deboli, perché prevalgono nettamente gli aspetti panteistici e deistici che la caratterizzano. Il celebre trattato De tribus impostoribus scritto verso la metà del secolo, tanto esecrato dalle autorità ecclesiastiche, non è altro che la versione dotta di uno sbocco panteistico alla incredulità nella rivelazione, presente a livello popolare sin dal Cinquecento. I tre impostori (Mosè, Gesù Cristo e Maometto) hanno sfruttato l'ignoranza del popolo per poterlo manipolare a piacere e l'ignoto autore scrive: "Quelli a cui premeva che il popolo venisse represso e controllato attraverso simili fantasticherie, hanno coltivato tale seme religioso, facendone poi una legge e costringendo il popolo, con il terrore del futuro e della punizione divina, ad obbedire ciecamente."
Di genere differente è il Cymbalum mundi (probabilmente risalente a fine Cinquecento) che è invece una sprezzante e blasfema ridicolizzazione della religione cristiana, ma senza alcuna proposta alternativa. Nel Cymbalum vi sono espressioni enfatiche di irreligiosità come "rinnego Dio" e bestemmie come "corpo d'un Dio", ma nell'insieme si tratta dello sfogo di una persona arrabbiata e aggressiva, ma incapace di colpire a fondo le basi del cristianesimo né di delineare un ateismo motivato. Altre numerose opere libertine percorrono tutto il Seicento minando la fede religiosa ma con scarso peso, limitandosi a proporre od auspicare un ateismo pratico povero di idee, ma specialmente fatto di rancore contro l'arroganza e il parassitismo dei preti.
[modifica] Il Settecento
L'ateismo in forme filosofiche definite ha una rilevante ripresa nell'Illuminismo, l'epoca nella quale esso trova una vera e propria rinascita dopo almeno milleseicento anni. Ciò avviene con Jean Meslier (1664-1729, con Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), con Adrien Helvétius (1715-1771), con Denis Diderot (1713-1784) e infine con il barone Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789), il più importante teorico dell'ateismo materialistico.
Determinante è la figura di Jean Meslier come precursore di un ateismo illuministico che avrà il suo periodo più florido tra il 1740 e il 1780. Curato alla guida della parrocchia di Etrèpigny, vicino a Mézières nelle Ardenne per circa 40 anni. Dopo avere svolto con diligenza e insospettabile apparenza di fede il suo compito per tutto questo tempo, questo prete, alla sua morte avvenuta nel 1729, lascia due sorprendenti lettere e una grande opera di circa 3500 pagine a stampa, il cosiddetto Testamento in cui evidenzia delle contraddizioni interne fra passi dei Vangeli nelle traduzioni utilizzate dalle Chiese cristiane. E Meslier, animato da un profondo senso etico, enuncia anche un progetto di comunismo, che egli traeva probabilmente dall'esperienza delle prime comunità cristiane, con un implicito invito alla rivolta contro il potere costituito.
Per lui lo stato sociale che si è determinato deriva dalla debolezza e dell'acquiescenza del popolo lavoratore, che produce e ha le briciole del suo lavoro. Le classi parassitarie nobiliari ed ecclesiastiche sono delle sanguisughe che vanno abbattute. Le ricchezze della terra vanno divise tra chi ne ha diritto e in parti uguali. Il diritto di proprietà va invece abolito e ci si deve ribellare agli abusi dei nobili e dei preti, mutando radicalmente i rapporti sociali delle società esistenti. Dice nel ‘’Testamento’’: “Unitevi per scuotere il giogo tirannico ... I più saggi di voi guidino e governino gli altri”
Anche il suo materialismo è una grande novità filosofica. Scrive ad esempio: "L'origine della credenza negli dèi sta nel fatto che alcuni uomini più acuti e sottili, e anche più scaltri e malvagi, si sono innalzati per ambizione al di sopra degli altri uomini, giocando con facilità sulla loro ignoranza e sulla loro ingenuità." Dio non c'è e la materia è l'unica realtà; essa è eterna e in perpetuo movimento e soltanto ciò che corporeo è reale. Per lui non ci possono esser dubbi, bisogna ammettere la sola esistenza della materia e la sua eternità e dinamicità perpetua. Dice riguardo all'"essere" della materia: "Non avrebbe mai potuto incominciare ad essere, perché ciò che non è non può darsi od avere l'essere."
Dopo Meslier la figura più importante di ateo è Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) che con ‘’L’uomo macchina’’ (1748) scandalizza il mondo settecentesco con un ateismo su base biologica. Già in precedenza egli aveva sostenuto la materialità dell'anima in ‘’Storia dell’anima’’ ma in maniera ancora incerta. Egli trae da Locke i suoi fondamenti gnoseologici e partendo dal dualismo cartesiano ne fa un monismo della sola res extensa abolendo la res cogintans. Se Cartesio considerava "macchine" solo le bestie, La Mettrie fa dell'uomo una macchina e l'assimila ad esse scandalizzando molti.
La Mettrie sostiene che se l'ateismo fosse universalmente diffuso le religioni verrebbero distrutte, e aggiunge: "Non ci sarebbero più guerre teologiche né soldati di religione, che sono terribili! La natura, ora infettata da questo sacro veleno riprenderebbe i suoi diritti e la sua purezza". La Mettrie è anche sostenitore dell'edonismo, perché è attraverso il corpo che si conseguono la maggior parte dei piaceri Contrariamente a Helvétius e d’Holbach, che sono atei deterministi, egli è indeterminista: “Il caso ha gettato noi nella natura, mentre tanti altri, per mille cause, non sono nati e sono rimasti nel nulla".
Ne "L’anti-Seneca" La Mettrie ribadisce il suo edonismo, che trae dai Cirenaici, da Epicuro e da Lucrezio. Attacca l’etica dell'austerità e del sacrificio degli Stoici asserendo: “Questi filosofi sono severi e tristi, noi invece saremo dolci e allegri. Essi dimenticano il corpo per essere tutt’anima, noi invece saremo tutto-corpo”. Il fine dell'uomo è conseguire la felicità e siccome il corpo è fondamentale per ottenerla non è necessario essere istruiti. Per quanto gli intellettuali abbiano i piaceri dello spirito che ne danno parecchia, attraverso lo studio, la lettura, la musica e le arti, anche le persone rozze possono averne la loro parte perché “Dormono, mangiano, bevono e vegetano trovando il piacere”.
Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) introduce un ateismo sensistico e materialistico che è implicito nelle sue tesi ma di cui ha fornito pochi elementi di tipo teorico, e comunque di seconda mano, presi da Condillac e da Locke. Egli può venire considerato un moralista sociologo per il quale la soggettività va sempre sacrificata a favore della collettività; in quanto solo la dimensione della socialità è "virtuosa". Di conseguenza egli vede l'educazione dei cittadini come il compito primo di uno stato virtuoso che abbia a cuore la loro felicità. Egli riduce comunque la nostra conoscenza del mondo ad una pura fissazione mentale delle esperienze dei sensi.
Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789) può venire considerato non solo il più importante filosofo ateo materialista del Settecento, ma anche colui che ha fornito il primo vero sistema ateistico di interpretazione della realtà. Per questo suo intento sistemico gli è stato rimproverato un dogmatismo che lo avrebbe portato a fare della metafisica atea. D’Holbach costuisce infatti la sua ontologia sul presupposto monistico e su quello necessitaristico dell'essere, com'era già stato, ad esempio, per gli Stoici. Per lui tutta la realtà in ogni minimo dettaglio è necessitata, ed anche ogni uomo nasce perché è necessario che ciò avvenga, così come necessitati sono i suoi comportamenti.
Con Il cristianesimo svelato pubblicato nel 1761 D'Holbach accusa di falsificazioni le sacre scritture e la teologia cristiana. Nel 1770 pubblica Il saggio sui pregiudizi dove colpisce a fondo l'ignoranza, le superstizioni della religione e i pregiudizi di ordine morale. La visione del mondo atea e materialistica è però espressa chiaramente solo in Il sistema della natura, anche del 1770, dove il suo sistema filosofico viene esposto con completezza. Segue nel 1776 La morale universale o Catechismo della natura, dove D'Holbah dà indirizzi di morale atea molto precisi.
Secondo D’Holbach l'universo è costituito unicamente di materia. essa esiste da sempre e nessuno può averla creata. La materia è "Una catena eterna di cause e di effetti ... In natura si verificano azioni e reazioni di tutti gli esseri che essa contiene gli uni sugli altri, risultandone una serie continua di cause, di effetti e di movimenti ... I movimenti degli enti sono sempre necessitati dal loro essere, dalle loro caratteristiche e delle cause che su essi agiscono". Il movimento è un meccanismo di azioni e reazioni che egli trae in parte dal meccanicismo di Cartesio, ma facendo del dualismo di questi un monismo assoluto dove solo la "res extensa" esiste.
La figura di Denis Diderot (1713-1784) è forse la più significativa di tutto l'illuminismo, sia per essere stato il principale progettista e fautore della grande Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri, e sia perché ha rappresentato l'aspetto più profondo e complesso della cultura illuministica. Una profondità e una complessità che però male si conciliano con la chiarezza. Se lo si confronta col suo grande amico e collaboratore D'Holbach, si vede come l'ateismo sia stato espresso in maniera quasi antitetica, tanto sicuro, dogmatico e pesante il barone franco-tedesco quanto incerto, complicato ed elegante il plebeo Diderot. Questo giustifica il giudizio degli storici che vedono solo nel primo - e non nel secondo - un vero teorico dell'ateismo.
Se però si prende in considerazione l'opera dei due nel suo insieme, ci si accorgerà che per quanto D'Holbach sia più chiaro, sistemico ed incisivo, Diderot è più proteiforme e incerto, ma anche più profondo. Nell'Interpretazione della natura però egli è chiaro nel dire: "Il fisico, la cui professione è di istruire e non di edificare, abbandonerà dunque il perché e si occuperà solo del come. ... Quante idee assurde, supposizioni false, nozioni chimeriche in quegli inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore! ... Anziché adorare l’Onnipotente negli esseri stessi della natura, si sono prosternati davanti ai fantasmi della loro immaginazione."
La stagione dell'ateismo settecentesco si può dire che si chiuda con la Rivoluzione, che peraltro esso non ha ispirato, essendo stati a ispirarla piuttosto Voltaire e Rousseau, entrambi deisti e fieramente anti-atei. Persino la ventata razionalistica che aveva alimentato la cultura tra il 1730 e il 1790 sembra diluirsi. Un fanatico come Robespierre, quasi mistico nella sua ferocia e intransigenza da virtuoso "uomo della provvidenza", combatte decisamente l'ateismo. L'opportunismo politico di blandire un cattolicesimo frustrato e ora risorgente fa di Napoleone lo sponsor di Chateaubriand, che con Il genio del cristianesimo, uscito nel 1802, segna la fine di un stagione culturale luminosa, ma crollata insieme alle utopie sanguinarie dei Saint-Just e dei Robespierre.
[modifica] L'Ottocento
Per quanto il secolo si apra con l’apparente sconfitta delle idee illuministiche il messaggio laico e razionalista dell’illuminismo ha prodotto i suoi frutti, dando all’Europa e all’Occidente un primato culturale che dura ancora oggi. L’uomo dell’Ottocento, anche se lo sfondo socio-politico non sembra molto cambiato, è come fosse antropologicamente un essere diverso, perché si è veramente entrati nella “modernità”. Questo anche grazie ai filosofi atei, che hanno dato un forte contributo, rompendo il fronte di una religiosità che sulle due sponde del cristianesimo e del deismo sembrava dominare.
L’Ottocento non ha più veri teorici dell’ateismo; Marx ne è un deciso assertore, ma non un suo teorico. Esso per lui è solo la base di un pensiero socio-economico destinato a cambiare le società industriali e i rapporti di produzione e di potere. Semmai è Feuerbach a caratterizzarsi come un teorico dell’ateismo attraverso la sua straordinaria ricerca antropologica sull’origine dell’idea di Dio. Nell’opposizione tra romanticismo filo-religioso e positivismo anti-religioso a questo va il merito di aver raccolto l’eredità dell’ateismo del secolo precedente e di avergli dato una dimensione scientifica più profonda. L’anticlericalismo alimenta come un fiume sotterraneo la cultura dell’Ottocento e i semi proto-comunisti di Meslier (anche se ignorato da Marx) e quelli libertari di La Mettrie e Diderot incominciano a dare i loro migliori frutti.
L’eredità di Meslier tra gli stessi religiosi già a fine Settecento è straordinaria. Sono migliaia i preti che non si riconoscono più nella fede cristiana. E se, come dice Michel Vovelle, in Francia dopo il 1793 avevano rinunciato al sacerdozio 20.000 preti (il 66% del totale), ma per viltà o convenienza, quelli che lo fanno nell’Ottocento sono pochi, ma lo fanno per convinzione, e il peso della loro testimonianza è enorme. Così l’incredulità religiosa si diffonde e si avvia a toccare la sua punta massima dal 1820 in poi con vistose aree culturali atee soprattutto tra gli uomini di scienza.
Numerose e notevoli sono le preoccupazioni della chiesa per l'allontanamento dalla fede. Il vescovo di Orleans nel 1860 rileva che nella sua diocesi di 360.000 abitanti non più di 25.000 hanno osservato il precetto pasquale. Nella classe intellettuale l’abbandono del Cristianesimo porta nella maggior parte dei casi ad abbracciare il deismo o ad assumere un atteggiamento agnostico, ma dopo la metà del secolo molti deisti passano decisamente all’ateismo. È abbastanza plausibile l'opinione secondo la quale l'Ottocento sarebbe stato il secolo che ha visto la massima diffusione dell'ateismo. Mentre il Novecento, specialmente nella seconda metà, avrebbe rivelato un ritorno alle religioni, per quanto, abbastanza spesso, in direzioni non-cristiane o in religioni new age, oppure verso religioni sincretiche o "fai-da-te".
Gli sviluppi della fisica e della matematica conducono anche ad aprire un dibattito su indeterminismo e determinismo. Un ferreo assertore di questo secondo è Laplace), colui che ne fissa i termini nel celebre passo del Saggio sulle probabilità. Si tratta del canone di un "determinismo "assoluto"", espresso con le seguenti parole: " Lo stato attuale dell'universo è l'effetto di quello anteriore e la causa di quello futuro. Un'Intelligenza che conoscesse tutte le forze della natura e la situazione degli esseri che la compongono, ed analizzasse profondamente tali dati, potrebbe esprimere in un'unica formula i movimenti dei grandi astri come quelli dei più piccoli atomi. Tutto gli sarebbe chiaro e il passato come il futuro presenti ai suoi occhi". Vi sono però degli atei radicali che criticano Laplace per aver introdotto questa "intelligenza" senza una ragione plausibile, perché essa, essendo ovviamente una figura ideale e non reale, ricorderebbe troppo da vicino l'onniscienza divina, rischiando di far rientrare dalla finestra una divinità buttata fuori dalla porta, o quantomeno evocandone un attributo.
Nell'Ottocento la popolarità dell'ateismo aumentò moltissimo, in conseguenza anche alle scoperte scientifiche della biologia (la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin), dell'antropologia e dell'idea della possibilità di dominare la natura derivante dalla rivoluzione industriale. L'ateismo fu portato avanti dai filosofi della sinistra hegeliana come Ludwig Feuerbach e divenne un aspetto fondante del materialismo dialettico di Karl Marx e Friedrich Engels, così come del positivismo (Auguste Comte, Félix Le Dantec).
In particolare Marx indagò il fenomeno religioso all'interno della società contemporanea, in cui predomina il modo di produzione capitalistico, individuandone una delle ragioni nei rapporti di produzione generanti alienazione e feticismo (inteso quest'ultimo come inversione tra soggetto e oggetto che fa apparire i rapporti sociali come rapporti tra cose e viceversa). Tale alienazione impedirebbe ai soggetti di essere consapevoli della realtà ontologica nascosta dietro i fenomeni economici e sociali, nello stesso modo in cui l'ignoranza delle leggi della natura impediva in passato di dare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali. Da ciò la fuga nella religione e nella superstizione, superabile solo con l'organizzazione della società sulla base delle decisioni consapevoli e scientificamente fondate degli uomini associati, e non dei meccanismi impersonali e spontanei del mercato.
Ludwig Feuerbach con le sue analisi del fenomeno religioso non ha solo chiarito molti aspetti oscuri del sentimento del sacro, ma ha contribuito a formare la coscienza della sua ambiguità e falsità, portando all'ateismo ulteriori ragioni di plausibilità e fondatezza. Nella proposizione 2 di L'essenza della religione (Laterza 1981, p. 39) viene detto chiaramente che la fantasticata dipendenza dell'uomo da Dio (teorizzata da Friedrich Schleiermacher) è come il falso lato di una medaglia, mentre dalla parte vera c'è la reale dipendenza di esso dalla natura, cioè dalla materia. Dio è perciò un ambiguo essere para-natura che nasce attraverso il processo psichico spiegato nella proposizione 9: La credenza che nella natura si esprima un ente diverso dalla natura stessa, che la natura sia penetrata e dominata da un ente diverso da lei, questa credenza è fondamentalmente identica con quella per cui spiriti, demoni, diavoli, si manifestano, almeno in certe situazioni, per mezzo dell'uomo, e lo possiedono, è di fatto la credenza che la natura sia posseduta da un ente estraneo, da una sorta di spirito. E si può ben dire che, in questa prospettiva, la natura sia davvero posseduta da uno spirito, ma questo spirito è lo spirito dell'uomo, la sua fantasia, il suo animo, che si introduce involontariamente nella natura, e fa di essa un simbolo e uno specchio della sua essenza. (cit., p. 46).
Ma per Feuerbach Dio è anche il frutto di un'astrazione che crea Dio nullificando la natura per mezzo di giochi logici. Occorre allora opporvi un'astrazione razionale e realistica per poter accedere al vero. Alla fine della proposizione 25 si legge: Ma se nella prospettiva del pensare astratto la natura dilegua in nulla, nella prospettiva di una concezione realistica del mondo a dileguarsi in nulla è invece questo spirito creatore. In questa prospettiva tutte le deduzioni del mondo da Dio, della natura dallo spirito, della fisica dalla metafisica, del reale dall'astratto, si mostrano per quello che sono: giochi logici. (cit., pp. 66-67)
Max Stirner, pseudonimo di Johann Kaspar Schmidt, contemporaneo di Marx, nel 1845 pubblica L'unico e la sua proprietà, opera che verrà idolatrata e odiata, in cui con un ateismo senza mezzi termini critica Feuerbach, Bauer e i comunisti, fa tabula rasa di tutta la filosofia precedente e dei fantasmi dell'irrazionale, propugnando un estremo individualismo e adottando, anzi, proprio il termine egoismo. Stirner fu, di volta in volta, definito profeta dagli anarchici, dai fascisti, dai libertari. Lo stesso Friedrich Nietzsche fu folgorato da Stirner, tanto che temette di essere accusato di plagio. Va ricordato anche l'ateismo di Arthur Schopenhauer, da alcuni definito l'ateismo della disperazione'. Su una posizione simile si trova Giacomo Leopardi.
Un importante contributo all'ateismo del Novecento viene dal biologo francese Felix Le Dantec, che riprende l'ateismo deterministico di D'Holbach in chiave biologistica ed evoluzionistica (lamarckiana) pubblicando nel 1907 il saggio L'Athéisme nel quale espone le tesi del suo ateismo scientifico monistico e deterministico. Il materialismo di Le Dantec affonda le sue radici nello iatro-meccanicismo del '700. Tutta la parte prima de L'atheisme è dedicata alla confutazione della credenza in Dio, considerata mera superstizione. La negazione del libero arbitrio e il necessitarismo assoluto su base biologica è accompagnata da considerazioni avanzate per il XIX secolo, ma oggi del tutto superate.
Ancora nell'Ottocento la maggior parte delle nazioni occidentali aveva il cristianesimo come religione di stato e gli atei potevano essere accusati di blasfemia. In Gran Bretagna il libero pensatore Charles Bradlaugh fu ripetutamente eletto in Parlamento, ma fino alla sua quarta elezione non poté prendere posto in aula perché rifiutava di prestare giuramento sulla Bibbia. Nel Novecento, in Occidente queste leggi sono state cancellate o abbandonate di fatto. Tuttavia in alcuni stati dell'America del nord esistono ancora leggi discriminanti verso i non religiosi.[9] Anche in Irlanda esistono limitazioni per i non religiosi. Durante il periodo della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica e la maggior parte dei regimi che si definivano comunisti portarono avanti l'ateismo di stato e l'opposizione alle religioni organizzate. La stessa pratica privata, in alcuni paesi e periodi, incontrò opposizioni e ostracismi severi, malgrado la libertà di culto privato fosse ufficialmente consentita.
[modifica] Il secolo XX
In età contemporanea l'ateismo si è diffuso enormemente ed è spesso associato al razionalismo, all'empirismo, al sensismo e al riduzionismo. L'incrocio e la sovrapposizione di questi termini ha creato non poche ambiguità e una corretta analisi filosofica deve sempre tenerli ben distinti. In realtà tutti gli indirizzi citati, ateismo escluso, possono convivere benissimo anche con concezioni teologiche. Il Cristianesimo peraltro contiene elementi abbastanza marcati di materialismo, ad esempio nei concetti di onnipotenza, di giustizia, di punizione e persino di vendetta. L'opposto del materialismo non è quindi la religione, bensì lo spiritualismo, e nessuna delle religioni monoteiste è spiritualistica. Lo sono invece perlopiù quelle orientali, tra esse il Vedānta, il Buddhismo, il Taoismo, il Giainismo e il Confucianesimo.
Il XX secolo non vede importanti teorizzazioni dell'ateismo, ma piuttosto prese di posizione atee da parte di uomini di cultura, basate soprattutto su presupposti di carattere etico. Fanno eccezione due intellettuali francesi che fanno dell'ateismo il sottofondo del loro pensiero filosofico e letterario: Albert Camus e Jean Paul Sartre. Essi sono i più noti esponenti di una corrente di pensiero nota come esistenzialismo ateo. Del primo qualche esegeta, come Jacqueline Lévi-Valensi, vorrebbe mettere in dubbio l'appartenenza all'esistenzialismo sulla base dei suoi contrasti con Sartre e per il fatto che la sua è più un problematica dello "stare nel mondo" che dell'"essere uomo" in rapporto al mondo. Questa lettura del pensiero di Camus non è corretta.
In primo luogo va tenuto conto che i contrasti di Camus con Sartre sono stati tutti di natura politico-sociologica e non filosofica, e in secondo che l'atteggiamento esistenzialistico consiste sempre in una problematica dell'esistere che riguarda il proprio stare nel mondo non meno che il proprio essere. Il tema dell'assurdo è il fondamento dell'esistenzialismo camusiano: "Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo famigliare, ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l'uomo e la sua vita, fra l'attore e la scena, è propriamente il senso dell'assurdo." (Il mito di Sisifo, Bompiani, 1947, pp. 9-10)
Se il senso dell'assurdo fonda l'esistenzialismo di Camus, per Sartre l'uomo è condannato ad essere libero e nello stesso a fallire la sua istanza di libertà. In quanto libero in un mondo di cose dominate dalla necessità egli è un Dio, ma si fallisce in quanto tale poiché resta sempre un Dio fallito. Scrive Sartre: "La libertà umana precede l'essenza dell'uomo e la rende possibile, l'essenza dell'essere umano è in sospeso nella sua libertà. È dunque impossibile distinguere ciò che chiamiamo libertà dall'essere della "realtà umana"." (L'essere e il nulla, introduzione, 5, Il Saggiatore, 2002, p. 60)
Sartre parte dalla libertà dell'uomo e arriva al suo sentirsi Dio: "Ogni realtà umana è contemporaneamente progetto diretto di compiere una metamorfosi del suo per-sé in in-sé-per-sé e progetto di appropriarsi il mondo come totalità di essere-in-sé, sotto la specie di una qualità fondamentale. Ogni realtà umana è una passione, in quanto progetta di perdersi per fondere l'essere e per costituire contemporaneamente l'in-sé che sfugge alla contingenza essendo il proprio fondamento, l'"Ens causa sui", che le religioni chiamano Dio.". (cit., p. 682).
Postosi come un autosufficiente Dio, come un per-sé assoluto, libero dalla necessità cui soggiace quel in-sé che è la natura, la materia. L'esito è il fallimento e del mondo e dell'uomo in esso: "È come se il mondo, l'uomo e l'uomo-nel-mondo non giungessero che a realizzare un Dio mancato. È dunque come se l'in-sé ed il per-sé si presentassero in stato di "disintegrazione" in rapporto ad una sintesi ideale. Non che l'integrazione abbia mai avuto luogo, ma invece precisamente perché essa è sempre indicata e sempre impossibile." (cit., p. 691)
[modifica] Il secolo XXI
Il secolo XXI nasce sotto l'insegna di un riflusso religioso e spiritualistico forse più apparente che reale. È però evidente l'accentuazione dei fondamentalismi religiosi che si confrontano nel mondo contemporaneo, rivendicando un protagonismo sociale che intende opporsi a quella che viene ritenuta una generale deriva materialistica ed atea nel mondo occidentale.
Ciò a cui si assiste è però anche una certa fioritura di saggi storici critici rispetto alla dottrina cristiana nelle sue pretese di veridicità. Tra questi basti citare il Gesù ebreo di Riccardo Calimani (Mondadori 1998), la "Storia criminale del Cristianesimo di Karlheinz Deschner (Ariele, 2000-2004) e la Invenzione del Cristianesimo di Leo Zen (Clinamen 2003), che emergono per completezza e profondità. Dalle analisi e dalla documentazione prodotta si evince una forte presenza di elementi mistificanti che hanno modellato nei secoli i testi sacri e i documenti della dottrina. Perciò un atteggiamento abbastanza generale di incredulità e agnosticismo, che però rivela anche la presenza, sia pure in sottotono, di istanze atee sempre più motivate.
Nel 2005 il filosofo francese Michel Onfray ha pubblicato un Trattato di ateologia che reca significativamente il sottotitolo "Fisica della metafisica". Onfray infatti precisa le fondamenta della scienza definita ateologia da Georges Bataille, basandole su una critica scientifica delle religioni, a partire dall'esame dei testi sacri delle tre grandi religioni monoteistiche. Inoltre egli mutua da Nietzsche la convinzione che l'invenzione di Dio è in opposizione alla vita, che l'invenzione dell'aldilà serve a svalutare l'unico mondo reale, che l'invenzione dell'anima immortale ha lo scopo di spregiare il corpo, la sua cura e i suoi piaceri. Pertanto "il vero peccato mortale" sarebbe "l'offerta di un oltremondo" per farci perdere "l'uso e il beneficio del solo mondo esistente".
L'opera di Onfray ha contribuito notevolmente a smuovere le acque di una letteratura atea abbastanza stagnante. A parte L'atheisme di Felix Le Dantec del 1906 in tutto il Novecento gli unici saggi sull'ateismo degni di rilievo sono ad opera di cattolici. Tre emergono: Jacques Maritain (Il significato dell'ateismo contemporaneo, 1949), Augusto del Noce (Il problema dell'ateismo, 1964) e Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, 1964). Nell'assenza quasi secolare di una voce atea significativa Onfray rompe il ghiaccio col suo Trattato di ateologia (Grasset & Fasquelle , 2005). Esso ha avuto un ottimo rilevo mediatico, anche perché Onfray si spende personalmente a favore dell'ateismo in sedi deputate e nei mezzi di informazione.
Nella parte prima del trattato egli così definisce la sua proposta: " L'ateologia si propone tre obiettivi: anzitutto decostruire i tre monoteismi e mostrare come, nonostante l'odio che da secoli anima i protagonisti delle tre religioni, nonostante l'apparente irriducibilità in superficie della legge mosaica, dei detti di Gesù e della parola del Profeta [Maometto], nonostante i tempi genealogici diversi di queste tre variazioni realizzate in un arco di più di dieci secoli con un solo e identico tema, il fondo resta lo stesso. Variazioni di grado, non di natura". (Fazi Editore, 2005, pag.65) Il secondo obiettivo: "occuparsi in particolare di una delle tre religioni per vedere come si costituisce, prende piede e si radica su principi che implicano sempre falsificazione, isteria collettiva, menzogna, finzione, e miti ai quali si danno i pieni poteri." (cit., p. 65). Terzo obiettivo: "una decostruzione del cristianesimo. In effetti, la costruzione di Gesù avviene in un'officina identificabile con un periodo storico di uno o due secoli: la cristallizzazione dell'isteria di un'epoca avviene in una figura che catalizza il meraviglioso, raccoglie in un personaggio concettuale chiamato Gesù le aspirazioni millenaristiche." (cit., pag.66)
Meno noto, ma più profondo come teorico è l'italiano Carlo Tamagnone, autore di numerosi saggi sull'ateismo e di numersoi articoli su riviste laiciste come L'ATEO e NONCREDO. Egli, dopo un saggio esistenzialistico (Necessità e libertà) e uno storiografico (Ateismo filosofico nel mondo antico) con La filosofia e la teologia filosofale (Editrice Clinamen, 2007) ha messo a fuoco una critica radicale alla metafisica quale teologia filosofale. Lavoro poderoso in due volumi è L'Illuminismo e la rinascita dell'ateismo filosofico quale un viaggio critico che attraversa tutto il pensiero del XVIII secolo. Nel 2009 ha pubblicato il saggio ontologico "Dal nulla al divenire della pluralità", dove viene data una lettura filosofica della meccanica quantistica e della relatività. In corso di pubblicazione (settembre 2010) il saggio monografico "Dio non esiste" sulla base della equazione indeterministica: il caso esiste = Dio non esiste.
[modifica] Dibattiti sull'ateismo
Sul piano etico-morale, così come definito dalla dottrina cristiana, la qualifica di ateo assume il massimo senso dispregiativo. L'ateo, negando Dio, considerato dal cristiano il garante assoluto dell'eticità, si colloca sul piano demoniaco anche quando non ne presenta le caratteristiche comportamentali. Questo non significa affatto che credenti ed atei non possano convivere e stimarsi reciprocamente, ma che, dal punto di vista strettamente "dottrinario", l'ateismo è "in sé" la colpa più grave, in assoluto, che un uomo possa commettere.
A livello fideistico, negando l'entità divina, che costituisce il fondamento stesso dell'eticità (come sosteneva Kant), l'ateo è, in quanto tale, il massimo peccatore e il reietto per definizione. Ciò, poiché massima è la bestemmia che l'ateo produce negando Dio, e massima è l'abiezione in cui, esistenzialmente si colloca. In subordine, a livello teologico, l'ateo, negando Dio, nega il fondamento della vita e della verità dell'essere,per cui, nel migliore dei casi, è considerato portatore nel consorzio umano di un nichilismo radicale.
Tutto queste considerazioni però non riguardano l'ateismo "pratico" o "debole", ma solo quello "teorico" (implicitamente anche "forte"), poiché è solo questo che si contrappone radicalmente alla fede nel suo fondamento dottrinario. L'assassino, il bestemmiatore, il sacrilego sono sempre considerati redimibili e recuperabili. L'ateo teorico, se è tale, non è mai recuperabile, perché è "fuori" della redimibilità e della recuperabilità.
Gli atei veri ignorano il giudizio della religione su di loro e vi contrappongono invece il fatto reale(come faceva Diderot nel Colloquio con la marescialla di ***), che è l'ateo ad essere morale, agendo per la moralità stessa e non per obbedire a Dio o per compiacerlo. E d'Holbach riteneva addirittura che il cristianesimo fosse portatore di immoralità, e che solo l'ateo (non avendo i lacciuoli della fede) potesse elevarsi alla vera moralità. La fondazione di un'etica infatti non richiede affatto la credenza in Dio infatti se una persona sostenesse di comportarsi onestamente solo per compiacere Dio o per non essere da Lui punito, allora in questo caso, tale persona non dovrebbe essere definita religiosa ma cortigiana essendo questa non fede ma opportunismo ed adulazione verso i potenti. Bayle è stato il primo a sostenere nei Pensieri sulla cometa che chi non crede in Dio può comportarsi addirittura in maniera più morale del cristiano.
Anche da altri pensatori cristiani successivi si è sostenuto che la fede di per se stessa non garantisce la moralità e che chi non ha fede può comportarsi bene. Ciò si ritrova nel saggio di Kant[10] e più recentemente questo è stato sostenuto anche da Bonhoeffer[11].
Sul piano filosofico, vi sono atei che rifiutano di essere definiti secondo la contrapposizione «Dio esiste / Dio non esiste», e affermano semplicemente di possedere una visione naturalistica del mondo, che rifiuta tutti gli approcci mistici o soprannaturali, relegandoli all'ambito della superstizione e/o religiosità popolare. Spesso si tratta di agnostici, o tutt'al più di atei "pratici" o "deboli", ed il loro atteggiamento è esemplificabile con asserzioni del tipo Non credo in Dio per lo stesso motivo per cui non credo a Babbo Natale o alla Befana sono tipiche dell'agnostico.
D'altro canto, l'ateismo viene accusato di esprimersi in forme fideistiche: assumendo cioè come un postulato l'affermazione «Dio non esiste», logicamente indimostrabile. A tale critica gli atei rispondono che l'ateismo non è un atto di fede, ma una scelta razionale. A differenza dei teisti, infatti, sono pronti a ricredersi nel caso l'esistenza di Dio fosse dimostrata. Sostiene Sam Harris:
« Ebrei, Cristiani e Musulmani affermano che le loro scritture hanno una conoscenza dei bisogni dell’umanità talmente approfondita che potrebbero solo essere state scritte sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente una persona che ha preso in considerazione tale affermazione, ha letto i libri e ha trovato l’affermazione stessa ridicola. Non c’è bisogno di prendere tutto per fede, o essere in alternativa dogmatici, per rigettare credenze religiose ingiustificate. »
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(Sam Harris, 10 myths -- and 10 truths -- about atheism[12])
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Le discussioni sull'esistenza di Dio e sulla sua influenza sugli uomini riguardano questioni fondamentali per le persone e in varie circostanze possono avere conseguenze rilevanti sul piano del consenso ideologico e politico. Non stupisce quindi che i dibattiti relativi spesso assumano toni aspri e prese di posizione faziose.
[modifica] Diffusione
Alcune stime sul numero di atei nel mondo (ma talvolta confusi con gli agnostici):
- Britannica Book of Year (1994): 1 miliardo e 154 milioni di atei e agnostici nel mondo.
- La World Christian Encyclopedia annuncia 1 miliardo e 71 milioni di agnostici e 262 milioni di atei nel mondo nel 2000.
- Un'inchiesta condotta in 21 paesi su un campione di 21.000 persone pubblicata nel dicembre 2004 annuncia che il 25% degli europei occidentali si definisce ateo/agnostico contro il 12% nei paesi dell'Europa centrale e orientale.
- Adherents.com riporta 1100 milioni di "non religiosi", categoria (maggiori informazioni) che include Secolari, Irreligiosi, Agnostici, Atei, Umanisti, Deisti, Panteisti, e Liberi pensatori.
Il numero di fedeli per le varie religioni e movimenti non religiosi è trattato nell'articolo religioni maggioritarie.
[modifica] Note
- ↑ http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=1bc0
- ↑ Cronologia dell'ateismo dell'UAAR
- ↑ Cronologia dell'ateismo dell'UAAR
- ↑ Template:Http://www.scoop.co.nz/stories/HL0803/S00051.htm
- ↑ Template:Http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep7/ep7-far.htm
- ↑ Template:"Necessità e libertà", ed. Clinamen, maggio 2004, pp. 157 e 158
- ↑ Does God Play Dice?
- ↑ Kurt Gödel. La prova matematica dell'esistenza di Dio. A cura di Gabriele Lolli e Piergiorgio Odifreddi, 2006.
Kurt Gödel. «Ontological Proof», da Collected Works: Unpublished Essays & Lectures, Volume III. pp. 403-404. Oxford University Press, New York 1995. ISBN 0195147227 - ↑ [1]
- ↑ Immanuel Kant. Fondazione della metafisica dei costumi, 1785
- ↑ Dietrich Bonhoeffer. Etica. Queriniana, Brescia, 1995.
- ↑ Articolo del Los Angeles Times, 24 dicembre 2006 http://www.latimes.com/news/opinion/la-op-harris24dec24,0,3994298.story?coll=la-opinion-rightrail
- ↑ http://europa.eu.int/comm/public_opinion/archives/ebs/ebs_225_report_en.pdf
[modifica] Bibliografia
- Remo Bodei. I senza Dio, a cura di G. Caramore. Brescia, Morcelliana, 2000. ISBN 88-372-1809-5.
- Albert Camus. Il mito di Sisifo. Milano, Bompiani, 1947.
- Carlo Cardia. Ateismo e libertà religiosa. Bari, De Donato, 1973.
- Christian Chabanis. Dio esiste? No, rispondono.... Milano, Mondadori 1974.
- Richard Dawkins. L'illusione di Dio (The God Delusion). Milano, Mondadori, 2007. ISBN 9788804570820.
- Julien Offroy de La Mettrie. Scritti filosofici, a cura di Sergio Moravia. Bari, Laterza, 1992. ISBN 88-420-3933-0.
- Daniel Dennett. Rompere l'incantesimo : la religione come fenomeno naturale. Milano, R. Cortina, 2007. ISBN 9788860300973.
- Paul Desalmand. Catechismo di ateologia. Casale Monferrato, Piemme, 2008. ISBN 9788838489150.
- Sigmund Freud, Oskar Pfister. L'avvenire di un'illusione. Torino, Bollati Boringhieri, 1990.
- Sam Harris. La fine della fede. San Lazzaro di Savena, Nuovi Mondi Media, 2006. ISBN 88-89091-32-0.
- Christopher Hitchens. Dio non è grande. Torino, Einaudi, 2007. ISBN 9788806183370.
- Hans Kung. Dio esiste? . Milano, Mondatori, 1987.
- Eugenio Lecaldano. Un'etica senza Dio. Bari-Roma, Laterza, 2006. ISBN 88-420-8000-4.
- Fritz Mauthner. L’ateismo e la sua storia in Occidente, 4 voll. (1920-1923). Il 1° e il 2° vol., con traduzione di L. Franceschetti, disponibili sul sito della UAAR [3].
- Mary McCarthy. Ricordi di un'educazione cattolica. Milano, Il Saggiatore, 1972.
- Georges Minois. Storia dell'ateismo. Roma, Editori Riuniti, 2000. ISBN 88-359-4747-2.
- Piergiorgio Odifreddi. Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici). Milano, Longanesi, 2007. ISBN 9788830424272.
- Michel Onfray. Trattato di ateologia. Roma, Fazi Editore, 2005. ISBN 88-8112-678-8.
- Bertrand Russell. Perché non sono cristiano. Milano, TEA, 2000. ISBN 88-7818-199-4.
- Jean-Paul Sartre. L'essere e il nulla : saggio di ontologia fenomenologica. Milano, Il Saggiatore, 1997. ISBN 88-428-0387-1.
- Carlo Tamagnone. Necessità e libertà, l'ateismo oltre il materialismo. Firenze, Clinamen, 2004. ISBN 88-8410-058-5.
- Carlo Tamagnone. Ateismo filosofico nel mondo antico. Firenze, Clinamen, 2005. ISBN 88-8410-077-1.
- Carlo Tamagnone. La filosofia e la teologia filosofale. Firenze, Clinamen, 2007. ISBN 88-8410-101-8.
- Carlo Tamagnone. L'Illuminismo e la rinascita dell'ateismo filosofico. 2 volumi, Firenze, Clinamen, 2008. ISBN 88-8410-127-1.
- Paul Henri Thiry d'Holbach. Saggio sui pregiudizi, o L'influenza delle opinioni sui costumi e sulla felicità degli uomini, a cura di Domenico Di Iasio. Milano, Guerini, 1993. ISBN 88-7802-391-4.
- Paul Henri Thiry d'Holbach. Sistema della natura, a cura di Antimo Negri. Torino, UTET, 1978.
- Paul Henri Thiry d'Holbach. Elementi di morale universale, a cura di Vincenzo Barba. Roma-Bari, Laterza, 1993. ISBN 88-420-4145-9.
- Ibn Warraq. Perché non sono musulmano, a cura di Monica Corbetta. Ariele, Milano, 2002. ISBN 88-86480-53.
[modifica] Voci correlate
- Agnosticismo
- Ateismo forte
- Ateismo teorico
- Ateismo pratico
- Agnosticismo forte
- Ateismo agnostico
- Anticlericalismo
- Laicismo
- Ateismo di stato
- Ateologia
- Deismo
- Esistenza di Dio
- Esistenzialismo ateo
- Etica secolare
- Materialismo
- Movimento Bright
- Razionalismo
- Teismo
- Panteismo naturalistico
- Paradosso teologico
- Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti
- Umanismo
- Umanesimo secolare
- Lista di personalità dell'ateismo
- Atei devoti
[modifica] Collegamenti esterni
- UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti
- NOGOD - Atei per la laicità degli Stati
- Associazione Atheia - Atei e Agnostici della sinistra non stalinista
- Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"
- Dawkins e Dio
- Un sito dedicato all'ateismo
- Un sito per la cultura atea
- Un sito con grande ampiezza di argomenti
- Un sito ricco di documentazione
- L'uomo che uccise dio. Poema di Altotas
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