Streghe
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Streghe. Storia e leggenda
La stregoneria (1) è stata un fenomeno complesso per la varietà delle interpretazioni, la vastità dell’area interessata, il lungo periodo di tempo che l’ha caratterizzata, la quasi totalità delle classi sociali e culturali che sono rimaste coinvolte, le passioni che hanno animato il confronto. Anche la “leggenda nera” sull’Inquisizione è stata giustamente ridimensionata dopo essere divenuta oggetto di luoghi comuni e preconcetti. La caccia alle streghe coinvolse cattolici e protestanti, le chiese e il potere laico. Lo studio critico delle fonti deve farci diffidare dalla storicizzazione dei vari manuali degli inquisitori, che rimanevano esempi di confronto e di verifica. I manuali erano consultati, come d’altra parte i nostri codici, solo per la procedura. I giudici ecclesiastici, se si analizzano molti processi, agivano in generale in buona fede, senza farsi condizionare dai sospetti e dal clima di intolleranza dilagante. Non sempre così i tribunali laici. Il revisionismo storico che ha caratterizzato la storia di questi ultimi anni non deve essere un puro ribaltamento o la negazione di tesi precedenti, ma una presa di coscienza dei dubbi che attanagliano il percorso indagativo di ogni storico. Le crude rappresentazioni del processo alle streghe descritte nei racconti gotici o nelle storie anticlericali (Lea) ci hanno abituato a situazioni irreali e grandguignolesche: ruote che girano, gente appesa, fruste, tenaglie, catene, sangue, lamenti, risate sadiche. Ma non era proprio così. La tortura “giudiziaria” era codificata in modo preciso, non doveva danneggiare in modo permanente l’indagato, ma semplicemente convincerlo a parlare. I tormenti dovevano infliggere dolore nella minima dose utile e comunque non oltrepassare mai certe soglie. I giudici sapevano quanto fosse “fragilis et periculosa” la tortura e quanto incerta fosse la verita estorta in questo modo. Ovviamente non si può applicare le nostre idee di processo e di giustizia, che prevedono soprattutto la tutela incondizionata dell’indagato, ai canoni di giustizia del XVI o del XVII secolo. Però spesso la chiesa, con il pentimento, era l’ultima speranza del reo. Nell’analizzare il fenomeno della stregoneria, partendo soprattutto dalle fonti, ci troviamo di fronte a due posizioni che non riguardano però l’esistenza del fenomeno, quasi da tutti accettata, ma le manifestazioni straordinarie dei suoi adepti. Erano quasi tutti convinti dell’esistenza delle streghe ma non dei loro effettivi poteri. Così come erano quasi tutti convinti dell’apporto del diavolo nelle varie manifestazioni, pur risolvendosi il tutto in pratiche ingannatorie e illusorie. La stregoneria ha riguardato un periodo di oltre trecento anni, dalla fine del 1300 agli inizi del 1700, con un apice nel 1600. Non fu sicuramente un singolo evento storico ma la risultante di migliaia di singoli processi che si tennero nella maggior parte dell’Europa, con caratteristiche peculiari in ciascun luogo. Poiché furono coinvolte sia le classi popolari che quelle colte, sia i nobili che i popolani, sia i religiosi che i laici, le idee sulla stregoneria contenevano tutte le sfaccettature possibili, dalla teologia ai racconti d’osteria, dalla giurisprudenza alle favole del volgo. La strega praticando la magia malefica non rientrava necessariamente nei rigori di un tribunale inquisitorio. I maghi sono sempre esistiti, anche nell’antichità, e hanno subito, quando individuati, pene esemplari. Il maleficium era solo un gesto individuale. Però, ed è questa la novità, la strega, avendo fatto un patto con il diavolo, gli prestava una sorta di omaggio che si manifestava come un vero e proprio culto del diavolo, quello che poi è chiamato satanismo. Partendo dall’idea che la magia potesse essere praticata attivando potenze demoniache, come affermavano alcuni autori già a partire dal IV secolo, si giunse gradualmente all’idea che il diavolo fosse sempre presente in qualsiasi operazione magica. E quindi “gli stregoni” erano equiparati a eretici e apostati. Inoltre, “l’eretica pravità” rappresentava un sovvertimento dei principi morali della società civile. Il maleficium non riguardava più una singola operazione magica: lo stesso culto del diavolo era un maleficium, diventava opera collettiva e pertanto ancora più pericolosa. La stregoneria, da noi moderni, è spesso considerata un crimine immaginario e coloro che furono processati, vittime innocenti di un sistema giudiziario unilaterale e oppressivo. Ma non era proprio così. Effettivamente alcune “streghe” commisero gli atti per cui venivano giudicate: uccisioni di bambini, omicidi mediante filtri ed erbe venefiche, ecc. Esse credevano di agire in nome e per conto di Satana. Credevano di recarsi in volo al Sabba, di accoppiarsi con il demonio, di trasformarsi in vari animali, di far ammalare uomini e animali, di influire sui fenomeni naturali. Oggi sarebbero curate in appositi istituti. Ma anche ora, i pazzi omicidi, vengono rinchiusi, se hanno commesso reati gravi. D’altra parte sarebbe superficiale pensare che tutti i condannati siano sempre e comunque innocenti. Non possiamo credere che i giudici fossero comunque in malafede e condannassero scientemente degli innocenti. Il concetto di giustizia era radicato anche se formale. Ciò è evidenziato dalla meticolosità del processo inquisitorio, che non lascia nulla al caso ma cerca di individuare meticolosamente il percorso “diabolico”. Anche la casistica dei vari manuali è precisa e ridondante. Siamo però lontani dalla giustizia giacobina, dal linciaggio, dalle cineserie maoiste, dal processo farsa delle guerre civili moderne. Francisco Peña (1540-1612) commentando il Directorium inquisitorum di Eymerich ricorda che “non si torturano i bambini, i vecchi e le donne incinte”. Questi “verranno solo intimoriti e fustigati, non torturati”. Non siamo né ai livelli della polizia statunitense, negli anni sessanta, durante la lotta per i diritti dei neri, né ai livelli della polizia argentina, negli anni settanta. La “confessione” ottenuta con la tortura “giudiziaria” non era sufficiente a condannare se non era nuovamente ratificata “davanti al notaio inquisitoriale” (Peña) e senza tortura. Tra una seduta di tortura e l’altra doveveno passare più giorni (pur esistendo eccezioni e violazioni delle regole). Inoltre, chi riusciva a superare la tortura veniva immediatamente prosciolto. Un complesso di norme precise disciplinava l’uso della tortura, per ridurre al minimo la possibilità che un innocente fosse torturato, per evitare la falsificazione delle confessioni e per fissare alcuni limiti alla durezza e alla durata della tortura stessa. Bisognava soprattutto evitare che sopraggiungesse la morte dell’imputato. Non sono ovviamente mancati i casi di tortura eccessiva in intensità e durata. Gli uomini hanno sempre scarsamente rispettato le leggi che promulgavano. Anche nelle carceri dell’antica Roma furono talvolta strangolati i prigionieri di guerra e, in tempi più recenti, furono fucilati abitanti di vari paesi, coinvolti nella guerra civile o militari prigionieri, ecc. Eppure esistono delle convenzioni tra stati, ma sono sempre disattese. In Algeria (1961-62) l’oas fu accusata di usare spesso la tortura. E Ulrike Meinhof non “fu suicidata” nel 1976 e Adreas Baader nel 1977, nelle democratiche carceri tedesche? Anche gli italiani in Somalia, nei primi anni novanta, furono accusati di torture, ed erano sotto l’egida dell’ONU. E a Guantanamo? La salvezza dell’Occidente dall’islamismo estremista è una causa migliore della salvezza della Cristianità dall’eresia? Eppure, noi cittadini del XXI secolo, continuiamo giustamente a inorridire per le spietate torture dell’Inquisizione. Pinelli volò dalla finestra durante un interrogatorio di polizia, Priebke fu giudicato e condannato nonostante l’età avanzatissima, Tortora subì l’onta del carcere, alcune vittime innocenti di “mani pulite” si suicidarono, ecc. Rimaniamo sconvolti per alcuni tratti di “corda” a cui erano sottoposti gli imputati del XVIi secolo, o per l’insonnia forzata a cui erano costretti i testimoni reticenti. Ma la banda “Carità” utilizzava questi stessi metodi nella Firenze del 1944. L’unica differenza è che, allora, la tortura era legalmente riconosciuta e accettata, oggi, viene ipocritamente condannata dai codici ma applicata, di nascosto, con il beneplacito dei legislatori e dei governanti. Bartolo da Sassoferrato, un giureconsulto del XIV secolo, pur ritenendo che dovesse essere condannata a morte una strega “per aver rinunciato a Cristo... aver adorato il diavolo”, invitava il vescovo alla tolleranza e al perdono, soprattutto di fronte a un sincero pentimento. Ma “dove, invece, fosse ammesso che ella sia stata omicida, con il pentimento non sfuggirebbe alla pena di morte”. Le dicerie avrebbero potuto sì portare alla morte ma veniva sempre lasciata aperta una porta: il pentimento sincero. Il “delitto”, invece, se era stato provato, non lasciava scampo. Qui si può cogliere la forza del diritto, che non si lascia condizionare da accuse vaghe e poco attendibili, ma ha bisogno di prove oggettive e inconfutabili. La stregoneria non è stato un fenomeno illusorio ma ebbe un fondamento reale. Le confessioni non erano sempre estorte. Quello che fu amplificato a dismisura fu il fenomeno collettivo. Non esisteva la stregoneria come setta, come qualcuno cercava di di mostrare, ma singole streghe e stregoni che credevano di operare secondo un disegno generale organico, agli ordini del “signore delle tenebre”. Ora nessuno vuol negare la durezza della repressione e il fatto che sicuramente molti innocenti furono coinvolti nei processi e nelle condanne conseguenti. Però furono maggiori le accuse di stregoneria di quanti furono effettivamente i processi per stregoneria. Si è arrivato a parlare di nove milioni di esecuzioni. Le cifre gonfiate dipendevano anche dalle affermazioni degli stessi cacciatori di streghe che si vantavano dei roghi. In Europa, in trecento anni, furono processate circa centomila persone (2) sotto l’accusa generica di stregoneria (3). Molti erano semplici casi di magia e di superstizione. Sembra probabile che siano state giustiziate in Europa circa 60.000 persone, 200 all’anno. E se può rappresentare una cifra al di sotto di quanto creduto normalmente è pur sempre un dato inquietante. Qualcuno ha paragonato impropriamente l’olocausto delle streghe con la shoa degli ebrei. E per quanto si discutano e si contestino i numeri, la realtà dello “sterminio” non può essere negata. E poi non è nostro compito entrare nella discussione. Però, che siano state uccise sei milioni di streghe, ci sentiamo di contestare. E non per fare del facile revisionismo. La “caccia” alle streghe fu un fenomeno reale che però deve essere giustamente ridimensionato, scremato da tutte le incrostazioni anticlericali, e riconsegnato nuovamente all’analisi storica. Anche Nerone e Caligola hanno riavuto il loro giusto processo. Note 1. Fondamentale per la nostra breve sintesi è stata l’opera di Federico Pastore, La fabbrica delle streghe, Campanotto, 1997. 2. cfr. B. P. Levack, La caccia alle streghe, Laterza, 1988, pag. 26. 3. Una strega francese riferì a Carlo IX che nel suo regno c’erano 300.000 streghe. Il demonologo Henri Boguet stimò nel 1602 l’esistenza di circa 1.800.000 streghe in Europa.
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